mariobronzino
photo/artist

Dietro la piazza. 2019

Sono le 11:00 del mattino. È domenica, fa caldo. Il primo vero caldo dell’anno, portato dai primi giorni di Giugno. Mi sto recando dove ho appuntamento con Roberto e da lì procederò con lui dietro la piazza. Quasi dimenticavo: non vi assicuro che Roberto sia il vero nome del ragazzo.
Nello zaino ho tutto. La mia Nikon, i miei tre obiettivi, un flash, un faretto a led e un treppiede. Di tutto ciò non userò quasi nulla, se non la mia macchina fotografica per raccontare e il mio 24mm vedere.
Roberto ha appena uscito dalla tasca un mazzo di chiavi. Sono tante, forse una per ogni suo magazzino, ma sta di fatto che nelle sue enormi mani callose, spariscono diventando minuscole. Ha aperto un cancelletto di ferro e raggiungiamo le fondamenta del palazzo, dove passano tubi di scarico e sorci. Ad aspettarci, altri tre ragazzi dall’età massima di 26 anni. Non li conosco e non mi importa conoscerli.
Prima di scendere al di sotto del palazzo estraggo la mia macchina fotografica: resterà al mio collo per tutto il tempo e non sentirò mai il suo peso.
Uno dei tizi vuole il mio telefono, spento, da tenere lui sotto controllo. L’accordo è quello di inquadrare solo le mani dei protagonisti di questa storia. In caso contrario, beh…non ce lo siamo nemmeno detti. Ma tutto sommato pagherò alla fine. Sono giovani, vogliono tutto e subito, senza perdite di tempo. Anche io sono giovane, perciò quando si comincia? Voglio già essere a casa a sfogliare le mie fotografie.
Roberto scavalca un muretto, con difficoltà lo scavalco anche io. Alto e rasente al tetto. Nessuno mi aiuta con lo zaino, ma non è un problema. Qui si vive da soli.
Lui raggiunge un tavolo sul quale una vecchia lampada scassata, illumina ad intermittenza l’occorrente. Dietro, un piccolo sgabello con la bandiera dell’America. L’ho già detto che sono giovani.
L’odore è forte, ma non tanto da essere fotografato. Stiamo ancora aspettando quella tecnologia. Per il momento gli odori e i sapori sono legati all’esperienza. Ecco perché, per esperienza, vi descriverò banalmente quegli odori, associandoli a qualcosa di familiare, che almeno una volta tutti abbiamo sentito: benzina e merda.
Ma ecco la vera protagonista della storia: entra accompagnata da uno dei tizi, con un abito di scotch isolante grigio non proprio alla moda, di quelli che ti squadrano il corpo e non mettono in rilievo le tue forme. È una donna. Una bella donna. Trattata e toccata con cura e attenzione. Delicata, ma con un carattere duro. Si chiama cocaina, ed è la droga che riempirà le narici di questo e di altri quartieri. Perché si sa che a Palermo, le donne, hanno un profumo unico: in questo caso, di soldi e benzina.
Tutto è veloce, nessuno ha dato un via. O stai al passo o torni a casa a mani vuote. Per questo capisco che la mia attrezzatura nello zaino, è stata portata per rimanerci.
“Robbè, tagghia e taista”. E Roberto taglia e assaggia il contenuto. Eccola spuntare. Era già in parte sul coltello che Roberto sta usando, ma qui non puntiamo alla pulizia. Siamo in mezzo alla merda e ai topi, vuoi anche un coltello pulito?
Viene in parte travasata in un sacchetto trasparente contenente quella che in gergo si chiama “pre-coca”, forse a voi più conosciuta come “taglio”. Ma tralasciamo gli aspetti tecnici, era ora di lavorare.
Si procede al peso e all’imbustaggio. Dosi dai 0,2 grammi per i tossici dei peggiori quartieri, che vogliono solo sniffare, fino a dosi di 1 grammo dal valore di 80 euro per questo taglio, per coloro che il lunedì dopo vogliono il giusto sprint per andare a lavoro. Io non sono uno spacciatore, ascolto cosa mi raccontano, mentre ad occhio Roberto infilza il coltello e con un bilancino di precisione, pesa dosi perfette, che non sgarrano di un centesimo.
È giusto sbrigarsi, perciò va in suo aiuto un altro ragazzo. La catena di montaggio è iniziata del tutto. Si preparano dosi alla velocità della luce, mentre la mia macchina fotografica scatta a ripetizione. Forse l’ho in circolo, la sento nell’aria, ma sono eccitato, tanto da non potere comporre una fotografia per come è giusto fare. Voglio scattare e scatto!
C’è un problema però: il ragazzo in aiuto di Roberto vuole farsi. Vuole provarla, sa che può velocizzarlo nel lavoro e io voglio fotografarlo, ma non posso riprenderlo in faccia. Già a casa avevo inserito due memory card: una per salvare in automatico i file jpg, compressi e inutilizzabili a mio avviso; un’altra per salvare in automatico i file raw, grezzi, contenenti tutte le informazioni, sacri. Scatto a raffica, inquadro la faccia, poi solo le mani ed ecco che: “A facci no, famm’abbiriri”. Guarda le fotografie dalla mia macchina fotografica e alla foto del suo viso esclama “Cancella duocu”. E io cancello. Cancello il jpg di cui non me ne sarei fatto nulla e salvo in maniera nascosta il suo viso nell’altra scheda. Quella foto mette i brividi, ma mai come vederlo dal vivo.
Ho scattato tanto. Sono sudato anche se li fa fresco e la temperatura è piacevole. Chiamali fessi! Sono già le 14:00 del pomeriggio e io voglio andare via. Fotografo Roberto che stanco finisce la sua canna davanti ad una nuova panetta. Per me il lavoro è finito, ma per lui no. Poi mi riaccompagna all’uscita e con l’occasione analizza le foto per avere certezza che nessun volto fosse visibile. Nel frattempo accende una sigaretta, prende i soldi che gli dovevo e vado via, con quell’odore addosso, con la paura di avere respirato ciò che non volevo respirare e con la storia di ciò che nessuno vede, prima dello spaccio. La storia del Dietro La Piazza.










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